116. Chi non muore è morto

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andreotti-trafittoOggi è morto Andreotti. Siccome dei morti si parla sempre bene, facciamo finta che non sia morto. Andreotti adesso è con Elvis a giocare a carte, con Elvis che gli racconta di quando faceva stragi di cuori e Andreotti che gli racconta di quando faceva stragi e basta.

Andreotti non è morto, è solo andato all’inferno a baciare Belzebù.

Ma lui non conferma né smentisce.

(Che poi se avessero saputo che stava così male, avrebbero fatto lui Presidente della Repubblica. Così guadagnavano un altro po’ di tempo.)

Andreotti è stato uno degli uomini più potenti d’Italia in un periodo complesso e difficile. Mafia onnipresente, stragi, brigate rosse, servizi segreti russi, francesi e americani che passavano per l’Italia senza neanche bussare. Lo ricordiamo come Divo Giulio e come Belzebù. Lo ricordiamo per essere riuscito a farsi nominare Senatore a vita per MERITI LETTERARI. Lo ricordiamo per aver definito Ambrosoli uno che “andava cercandosela”. Lo ricordiamo per frasi come “Il potere logoda chi non ce l’ha.” Come: “Aveva così tanto senso della famiglia che era bigamo”. Come: “Fossi nato in un campo profughi del Libano forse sarei anche io un terrorista.” Come: “Il clericalismo è la confusione abituale tra quello che è di Cesare e quello che è di Dio.” Come: “Distinguiamo le persone morali dai moralisti, perché quelli che passano le giornate a discutere di etica, poi non hanno spesso il tempo di praticarla.” Come: “Il genere più nocivo di numismatici è quello dei collezionisti di moneta corrente”.

Ma, appunto, non lo ricorderemo come una arruffa denaro. Non lo ricorderemo come uno sciocco che si circonda di sciocchi, come uno che fa il dito medio in piazza, che si fa fotografare col sedere di fuori. Sicuramente sapeva molto di un periodo in cui in Italia la gente moriva e ancora nessuno sa perché. Se è stato zitto, non lo ha fatto però per arricchirsi e darsi alla crapula. Non si è comprato lo yatch come D’Alema e non ha fatto le orge vestito da maiale.

Se vogliamo parlarne bene, visto che è morto, chiamiamolo pure Belzebù, ma non chiamiamolo satiro.

Ha fatto cose che non sapremo mai per ragioni che non sapremo mai. Non ha voluto i funerali di Stato. Non ha voluto altra scritta che la data di nascita e di morte.

(Però come lapide avrà il monolito nero di 2001 Odissea nello spazio.)

(Però se al posto dei fiori avesse chiesto di piantare in terra la Biancofiore qualcuno l’avrebbe fatto.)

(Però da oggi il cimitero di Roma terrà le porte socchiuse, di notte, che magari qualcuno viene a chiedere consigli.)

Ha fatto cose che non sapremo mai per ragioni che non sapremo mai. Ma se vogliamo parlarne bene, visto che è morto, ricordiamo che ci ha fatto sorridere in modo intelligente. E, almeno una volta, in modo stupido.

Quello che davvero non gli perdonerò mai, è di non aver fatto questa scena durante un programma di Barbara D’Urso.

Vi ricordo che per mettere un like alla pagina Facebook di Chi Non Muore il link è QUESTO.

PS: un ringraziamento speciale a Luca Rizzuti che mi ha fatto i fotomontaggi!

2 pensieri su “116. Chi non muore è morto

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