147. La Kyenge nella Repubblica delle banane

Banana bombDurante un convegno, degli attivisti di Forza Nuova hanno dato scandalo lanciando banane contro il Ministro di colore Kyenge.

Prevedendo un’incriminazione, il loro avvocato ha studiato diverse possibili strategie difensive, come mi ha confidato in un colloquio riservato. Ecco le migliori.

1) Non sono razzisti. Volevano solo vedere se la Kyenge riusciva a sbucciarle coi piedi.

2) Non sono razzisti. Sono fan dei Velvet Underground.

3) Non sono razzisti. Avevano avuto la netta sensazione che la Kyenge fosse carente di potassio.

4) Non sono razzisti. La Kyenge è nera e le banane sono bianche. Era una manifestazione a favore delle unioni interraziali.

5) Non sono razzisti. L’ortolano aveva assicurato loro che le banane, essendo curve, sarebbero tornate indietro.

6) Non sono razzisti. Le banane sono bianche e col tempo diventano nere. Sono un simbolo della società multietnica.

7) Non sono razzisti. Le banane sono scappate a uno che le teneva tra le dita per imitare Wolverine.

banana wolverine

Tutto ciò fa seguito alle polemiche per il vice presidente del Senato, Calderoli, che ha paragonato l’aspetto della Kyenge a quello di una scimmia. Calderoli si è però difeso a spada tratta: “Figuriamoci se intendevo offendere l’oranghevole, volevo dire onorevole Kyenge”.

Ecco, prendendo spunto da questi fatti di cronaca, ci sono un paio di cose che mi piacerebbe tanto dire.

La prima è questa: che quando ho letto le dichiarazioni di Calderoli, mi sono incazzato. Sei un politico in una posizione importante. Dovresti criticare un avversario per le sue idee, non per il suo aspetto fisico. Per un momento ho fatto autocritica. Ho pensato di aver sfottuto Brunetta perché nano, la Bindi perché cessa, Berlusconi perché invecchiando somiglia a Gollum. Be’, mi sono assolto. Ho sempre usato la satira sul fisico per far emergere una larvale critica politica. Sull’acidità e mancanza di diplomazia di Brunetta, sulla mentalità da racchia repressa della Bindi, sui tentativi disperati di sembrare nuovo e giovane di Berlusconi. Gli insulti di Calderoli, al di là che lui fa politica e non satira, sono funzionali solo a far passare un messaggio razzista, peraltro in altre circostanze contraddetto dal suo stesso partito, visto che il primo sindaco nero d’Italia è stata una donna della Lega.

La seconda è che la Kyenge mi sta sulle balle. E devo poterlo dire. Perché credo non ci sia razzismo peggiore che non poter essere in disaccordo con una persona perché appartiene a una minoranza.

Il fatto che appartenga a una minoranza, tuttavia, ovvero in questo caso che sia nera, non è irrilevante. Trovo infatti che si stia passando un messaggio sbagliato: ovvero che la si sia messa lì come figura d’immagine proprio perché è nera, esattamente come la Idem messa a fare il ministro per dare al governo un’immagine di nuovo, vincente e pulito che difficilmente poteva passare per gente come Alfano, Zanonato o la Biancofiore. Ecco, io penso che se il Governo voleva dare un messaggio forte, doveva trovare un ministro nero per gli interni o per la sanità. Vuoi dire a tutti gli immigrati: “Fatevi il culo, diventate bravi e l’Italia non avrà paura a darvi ruoli di responsabilità”? Allora devi dare a uno di loro un ruolo di responsabilità. Invece prendere una donna nera per farle fare il “Ministro per l’integrazione” significa istituzionalizzare lo stereotipo del nero che urla al TG per chiedere più integrazione. È uno specchietto per le allodole.

Quindi in primo luogo la Kyenge non mi piace come simbolo. In secondo luogo non mi piace come politico. Non mi piace affatto come sta interpretando il suo ruolo. Io non sono razzista, cazzo. La mia coinquilina è nera. Ho avuto una ragazza di colore. Perché devo essere rappresentato da un ministro che cerca continuamente nei suoi proclami di far passare questo Paese per un covo di razzisti che cercano di schiacciare gli immigrati in ogni modo possibile? Chi può pensare che questa sia una buona politica di integrazione?

Infine trovo che l’argomento dell’integrazione sia da affrontare nel modo meno passionale possibile. Una buona e fruttuosa integrazione richiede politiche di educazione e inserimento nel lavoro. Che vanno studiate e hanno, ovviamente, costi. Per questo i flussi da una lato devono essere contenuti in limiti pianificati (e così fanno negli USA, in Australia, in Gran Bretagna) e dall’altro bisogna investire denaro, e bisogna che ce ne sia, in chi arriva perché diventi il prima possibile una risorsa produttiva e una persona grata all’Italia e non una persona frustrata e arrabbiata col mondo, quale i proclami della nostra Kyenge vorrebbero farla diventare.

Come sempre. facciamo una bella figura.

Banana michelangelo

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