Archivio mensile:luglio 2015

210. Srebrenica e altre parole difficili

keep calSANGUENell’anniversario di Srebrenica io vorrei parlare dell’Olanda e della sua lezione di civiltà.

Ma come, direte voi, non sono proprio i soldati ONU olandesi i responsabili di tutto?

Facciamo un passo indietro. Venti anni fa, quando la polveriera d’Europa erano ancora i Balcani e non la Grecia o Lampedusa, le truppe serbe si diressero verso la cittadina bosniaca di Srebrenica. La quale, però, era stata posta sotto protezione dell’ONU e ospitava un contingente di soldati olandesi a tale scopo. In circostanze poco chiare e che non saranno mai del tutto chiarite gli olandesi, anziché dare battaglia, consegnarono ai serbi tutta la città, gli 8000 cittadini maschi della stessa e la benzina necessaria per far ripartire i camion su cui i serbi intendevano caricarli.

Un buon soldato dovrebbe subodorare che qualcosa non va, quando ti chiedono “consegnaci 8000 uomini e tutta la benzina che hai”. Ma erano olandesi, probabilmente avevano aperto un coffee shop e si stavano sballando da un mese con tutte le adolescenti bosniache del circondario e non erano in grado di capire che un esercito che non ha la benzina per far camminare i propri mezzi avrebbe dovuto dare l’assalto alla città usando metà dei propri uomini per spingere un carroarmato con la marcia messa in folle.

Insomma, avviene che i soldati olandesi si accontentano di alcuni rolex in regalo, un paio di bottiglie di spumante e della promessa che agli 8000 bosniaci non sarebbe successo niente.

“OPS” fu il commento del colonnello olandese Karremans, qualche mese dopo, una volta scoperte le fosse comuni coi 9000 e qualche cosa cadaveri. Sono passati 20 anni e sono ancora in corso le operazioni di identificazione dei corpi tramite DNA, per dare ad ogni morto una sepoltura individuale.

Il fatto è che non TUTTI gli uomini di Srebrenica furono consegnati. Almeno uno si salvò: il traduttore olandese-bosniaco del contingente ONU. Quest’ultimo, anziché essere grato agli orange per avergli salvato la vita, si legò al dito il fatto di aver dovuto dare da traduttore nella mediazione che li portò a consegnare entrambi i suoi fratelli. Quest’omaccione tignoso e vendicativo non si fece distrarre neanche da altri anni di clausura a base di marijuana in un campo militare e, terminata la guerra, fece causa al Governo dei Paesi Bassi, imputandolo di essere responsabile del massacro dei suoi familiari.

Ecco, questa è la lezione di civiltà che ci è stata data: la Corte Suprema dell’Aja ha condannato lo Stato perché i suoi soldati non hanno difeso adeguatamente 3 civili sotto la loro protezione.

Può sembrare una piccola cosa, ma viviamo in un mondo difficile. In Italia, secondo i giudici, un aereo è caduto su Ustica perché uno dei passeggeri si è acceso una scoreggia, e i giudici USA hanno assolto il pilota della strage del Cermis perché se volava basso era colpa dell’umidità.

Fa parte del gioco del potere: ci sarà sempre un’eminenza grigia, un soldato, una spia, un Ministro che farà qualcosa oltre le regole, in buona o in mala fede, costretto o non costretto dalla situazione internazionale contingente, per calcolo politico e con dilemma morale. A volte, forse, non nei casi che ho citato, questi decisionisti svelti e pragmatici fecero grandi cose per il loro popolo. Resta il fatto che queste decisioni devono assumersele a proprio rischio, penale, personale e politico. Non siamo ancora giunti a questo, ma l’ammissione di colpa dell’Olanda è già qualcosa di nuovo e interessante in una vicenda che contiene almeno due parole molto difficili da dire: “SREBRENICA” e “SCUSATE”.

POST SCRIPTUM: Siccome di Srebrenica si parla e di altre cose no, è doveroso ricordare un dettaglio: la strage di Srebrenica è stata compiuta dai serbi in risposta alla tortura e al massacro di civili serbi compiuto dalle brigate di Naser Oric durante la notte del Natale ortodosso. In teoria la zona dei massacri era coperta da cessate il fuoco e le truppe bosniache avrebbero dovuto consegnare le armi ai soldati olandesi, che però non riuscirono a farsele dare.

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