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198. Manager Moretti: viva la sincerità

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Mi immagino l’uomo tornare a casa, fiero di sé stesso, dell’alta posizione raggiunta e della considerevole pagnotta. Confida che la moglie lo accolga con una lauta cena, preparata con l’amore che merita un marito che porta a casa all’incirca 3000 euro al giorno.

E invece no.

“Tu sei un senza palle, Mauro.”

Mauro è Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Trenitalia. Un uomo innamorato di sua moglie. Perdutamente innamorato. Perché solo un cretino innamorato di una casalinga arrivista può lasciarsi scappare una fesseria come “Se mi tagliano lo stipendio di 850.000 euro all’anno me ne vado”.

Solo per fare il finto duro con una shampista da due soldi può essersi lasciato scappare una frase di tale tracotante idiozia.

I manager pubblici se ne andranno all’estero se taglieranno loro gli stipendi. Visti i risultati ottenuti, a vendere pizze.

Lo so, forse state pensando che s è lì qualcosa di buono deve averlo fatto. Ma vi tolgo subito il dubbio: il suo operato è stato difeso da Casini.

(Io i dirigenti pubblici li pagherei sulla base dei risultati ottenuti. Ma l’Italia potrebbe affrontare questa ondata di nuovi poveri?)

(Povero Moretti, forse ho esagerato. Sono giorni che tutti gli danno addosso. Avrebbe proprio bisogno di un amico. Oltre a quelli che lo hanno messo lì, intendo.)

Io non ne faccio una questione di stipendio. Quello è becero populismo. Se il tuo valore aggiunto è tale che avere te anziché un altro come Amministratore mi fa guadagnare più di quanto ti pago, sarebbe stupido mandarti via. Il problema è che il “capace” Moretti dirige un’azienda i cui servizi fanno schifo, i conti sono in rosso, il prestigio è sottozero e tra le varie cose è sotto inchiesta per non essersi “accorto” che i suoi fornitori facevano cartello e gli vendevano i pezzi di ricambio a un prezzo più alto di quello di mercato. Ah, ma ce li siamo proprio meritati, i nostri 3000 euro al giorno.

Il discorso di Moretti avrebbe senso se vi fosse un costante passaggio dal pubblico al privato. Se, cioè, le partecipate pubbliche fossero in concorrenza con i privati per accaparrarsi i migliori manager. Ma questo non succede, perché sono invece usate per piazzare amici, parenti e compagni di partito e nella mia esperienza non mi è mai capitato di vedere un grosso dirigente pubblico ottenere risultati tali per cui un privato sia stato tentato di offrirgli più di quanto pagasse lo Stato.

Che per inciso, stante l’ingordigia della nostra classe digerente VOLEVODIRE dirigente, non si è limitata a promuovere piccoli faccendieri a grandi manager.

Ecco un semplice grafico:

Stipendi grossi manager

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E quindi niente, pure su questo Moretti diceva cazzate: lo stipendio medio dei manager pubblici in Italia è tra i più alti al mondo.

Necessario è privatizzare per costringere i manager a confrontarsi coi risultati, con investitori che non vogliono perdere i loro soldi affidando le società a degli incapaci. Senza ciò, è impensabile che siano politici e faccendieri vari della vecchia guardia ad ammettere di essere dei buffoni. Del resto, basta vedere quali priorità si pone Scilipoti…

scilipoti preparato

 

195. Ei fu. (L’Italia cambia verso.)

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Le recenti manovre interne al PD stanno generando molte perplessità. Nella vecchia base che non si riconosce nelle aperture renziane al neoliberismo, nei pentiti del centrodestra che mal vedono l’aperto supporto di De Benedetti, in alcuni renziani della prima ora, nei vendoliani, dei dalemiani, nei serracchianiani e insomma in tutti a parte Renzi, sua moglie e sua madre, e di sua moglie conoscendo le donne non sono sicuro.

Probabilmente la manovra sembra affrettata e raffazzonata per una principale ragione, ovvero che lo è: ma credo che sia da discutere solo della convenienza o meno, per Renzi, di metterci la faccia, perché del Governo Letta, alla prova dei fatti, c’è poco da salvare.

Fatti due conti, infatti, Renzi ha visto che il Governo Letta era già immobile prima che lui vincesse le primarie e ha calcolato che lo sarebbe a maggior ragione rimasto ora. Ai senatori del PD di ala vecchia guardia non sarebbe parso vero di starsene in panciolle senza cambiare niente, lasciando il partito a fare una figuraccia alle europee e amministrative per poi far ricadere la colpa su Renzi. Il rischio era questo. Che poi Renzi, solo per il fatto di essere al Governo, sia in grado di imporre un cambio di velocità, o anche la seppur minima riforma, permettetemi di dubitare. Forse ne dubita anche lui, anche se dubitare di se stesso non pare essere la sua specialità. Tuttavia deve aver deciso che stare in disparte per lui sarebbe stato uno stillicidio, coi fallimenti di Letta che sarebbero ricaduti sulle sue spalle e Forza Italia, M5S e Lega liberi di fare il gioco facile di urlare che tutto va male (senza aver tutti i torti, oltretutto).

Quindi Renzi decide di provarci. Probabilmente, ammesso che prenda la fiducia al Senato, il suo piano prevede di sparare una serie di riforme molto popolari, magari non proprio studiate nei dettagli, sperando che gli altri dicendo “no” alzino il suo livello di popolarità anziché abbassarlo.

Il gioco è rischioso, ma forse è l’unica carta a disposizione di Renzi per non bruciarsi. Inoltre ci sono un paio di considerazioni che potrebbero avere avuto un certo peso nella decisione dell’ancora per poco sindaco di Firenze:

1) Tra due mesi si rinnovano un sacco di consigli di amministrazione di partecipate pubbliche. Sono posizioni di potere enormi. Per Renzi piazzare i suoi uomini significa garantirsi un futuro politico almeno nel breve termine.

2) Tra quattro mesi si rinnova la Commissione. L’Italia ha diritto di scegliere un Commissario Europeo di peso che potrebbe essere, ad esempio, quello al Mercato Interno.

3) Tra sei mesi comincia il semestre italiano di Presidenza del Consiglio Dell’Unione Europea. Si tratta di avere il potere di dettare l’agenda e consizionare le priorità dell’Unione Europea. Inoltre vuol dire cominciare a instaurare un dialogo privilegiato con Cameron, la Merkel, Hollande.

4) La crisi congiunturale è finita. Il che non significa che si stia bene (si sta malissimo e si continuerà a non star bene per un pezzo), ma per un naturale effetto di rimbalzo alcune statistiche tenderanno a un leggero rialzo nel prossimo anno, qualunque sia l’azione del Governo. I giornali parleranno di leggera crescita del Pil, diminuzione dello spread, maggiori finanziamenti concessi dalle banche. E Renzi potrà dire che il merito è suo, visto che la ripresa è cominciata col suo Governo.

Quindi il progetto è in primo luogo di occupare posti di potere, che in generale non è sbagliato: ogni parte politica cerca di farlo, in America è addirittura previsto che tutte le principali cariche amministrative si dimettano quando cambia Presidente per consentire a questo di piazzare i suoi uomini di fiducia. Anzi, se mai è strano che certa gente resti inammovibile per sempre. In secondo luogo, cercare di approvare alcune riforme, o perché ci crede veramente, o perché ritiene che daranno buoni risultati elettorali, facendolo apparire “quello che combatte l’immobilismo”. In terzo luogo, ma che in realtà è la questione più immediata, cercare di apparire più simpatico del Governo Letta, impresa che attualmente potrebbe riuscire pure a Sgarbi e Barnard.

L’operazione piaciona è cominciata cercando di contattare Baricco, Montezemolo e altri personaggi dalla faccia pulita e belloccia.

Indiscrezioni che volevano Baricco al Ministero della Cultura, Montezemolo al Made in Italy, Berlusconi alla Tutela del Maschio Latino.

Le prossime mosse-simpatia prevedono l’introduzione del Ministero della Hoha-hola hon la hannuccia horta horta, la proposta di azzerare la disoccupazione distribuendo le poltrone di Mastrapasqua, il tentativo di giustificare la promessa di una riforma al mese con la frase: “A carnevale ogni scherzo vale”.

Voleva anche dire “Più frittelle per tutti”, ma poi si è ricordato dei cartelloni di Berlusconi e non ha voluto offrire il destro alla facile ironia.

Il gioco è rischioso? Certo. Ma dopo tanti anni in cui lo Stato ha spinto i cittadini in crisi a sperare di risolvere i loro problemi giocando al gratta e vinci, non ci si può stupire se a un certo punto è arrivato il politico che si gioca la poltrona alla roulette.