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199. Cosa ci insegna davvero la scuola italiana

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Di cosa è fatta la cosiddetta antipolitica? Principalmente del dualismo noi vs loro. “Tutti a casa!” significa che i politici sono ontologicamente diversi da noi, come un cane non è un gatto e infatti i cani sono buoni e i gatti stronzi.

(Nel video sopra, un cane e un gatto ci spiegano il concetto)

“La gente”, “Il popolo”, “I giovani” sono categorie create dal linguaggio politico per identificare dei “noi” opposti ai “loro” su cui scaricare le colpe.
Per una volta parlerò della mia esperienza personale. Mi sono diplomato in un liceo classico del Nord Italia. Un liceo di grande reputazione frequentato da giovani benestanti, figli di professionisti, industriali, politici. Tutti con una minima cultura di base, tendenzialmente senza problemi con la legge. Il liceo in cui tutti i professori della città desideravano insegnare e quindi, in teoria, in un mercato funzionante, dove sarebbero dovuti approdare i migliori.
Tutta gente onesta e perbene, tutti incensurati, secondo un termine che piace molto usare oggi.
Vediamo che accadde. Io non ero uno studente facile. Andavo bene in quasi tutte le materie, però, a parte Condotta. Succede che alla maturità alcuni miei compagni di classe telefonarono al professore di Geografia Astronomica per chiedergli in anticipo le domande che avrebbero trovato alla prova di maturità. Dopo averle ricevute le comunicarono a tutta la classe che, come conseguenza, se le imparò a memoria e non aprì il libro. Il giorno del compito, però, il presidente della commissione sospettò qualcosa e invertì le nostre domande con quelle dell’altra sezione. La salvezza di buona parte della classe fu che i banchi erano disposti a scacchiera: un alunno della nostra sezione vicino a uno dell’altra. Quasi tutti si scambiarono le risposte, tranne due persone che erano sedute prativamente in braccio alla commissione. Una ovviamente ero io; l’altra una sempre composta e sorridente leccapiedi. Una che sapeva calibrare sapientemente la lunghezza della gonna al grado di perbenismo o pedofilia di ogni professore.

Flap.

Flap.

Flap.

Le sento distintamente. Le ciglia sbattono con un rumore felpato abbastanza forte da farmi voltare. La bocca si socchiude, lo sguardo è amorevole. Naturalmente non si rivolge a me: la leccapiedi sta guardando fisso il professore. Questi si avvicina e lei gli chiede, senza girarci troppo attorno, le risposte. Il prof aspetta che il presidente della commissione si allontani e poi le bisbiglia all’orecchio quel che c’è da sapere. Esame svolto sotto dettatura. Poi il prof fa per allontanarsi e incrocia il mio sguardo: “Eh”, provo io, “potrebbe dire anche a me le stesse cose?”
“No, Chinonmuore, a te no.” Fine. Non una virgola di più di spiegazione.
Qui abbiamo che tutta una classe (di giovani, ma comunque ultradiciottenni con diritto di voto e potenzialmente eleggibili) ha chiesto a un professore di commettere una scorrettezza che sarebbe pure un reato, senza alcuno scrupolo di coscienza. Un professore che lo ha commesso a cuor leggero. Un presidente della commissione che trova la cosa talmente prevedibile da prendere le contromisure. Il professore di prima che sfacciatamente decide di aiutare una persona sfavorendone un’altra.
Questo è un caso. Possiamo parlare di Storia e Geografia? Il professore per comodità interrogava un solo giorno la settimana. Ebbene, troviamo genitori che tenevano a casa continuamente il giorno dell’interrogazione i figli per alzarne surrettiziamente i voti. L’assenza strategica aveva dimensioni patologiche. Molto spesso più del 50% della classe era assente. A volte ci siamo trovati in aula in sette. Mi è capitato di essere interrogato 10 volte in un quadrimestre quando altri si sono presentati una sola volta in tutto l’anno e, guardacaso, quel giorno erano anche preparati. Connivenza di genitori che “tengo famiglia”, figli cresciuti nel culto della scorciatoia, professore che nel migliore dei casi chiudeva un occhio per non avere rogne.
Ancora una volta l’unica, grave colpa era la condotta non irreprensibile. Essere scherzoso e irriverente mi ha creato una serie di fastidi che rendeva quasi irrilevante la mia preparazione. E si ripete la dinamica statale: intanto obbedisci e loda il leader, se obbedisci prontamente al leader poi il posto te lo troviamo.
Ci cresciamo con queste cose dentro.
Latino e Greco? Professore coltissimo, una specie di mostro che sapeva ogni lingua morta e viva, inclusi i geroglifici egizi e l’antico etiope. E no, non esagero. Per via del sistema sballato che vige nell’Università italiana è rimasto trombato e si è trovato in mezzo a degli studenti imbottiti di ormoni con cui non riusciva a comunicare. Risultato: durante i compiti in classe lasciava che chi voleva copiasse. Tanto il mondo fa schifo, non c’è nulla per cui valga la pena di lottare e non è certo studiando e imparando che ci si fa strada nella vita, per dire le perle con cui allietava l’animo degli studenti. Un professore a cui nell’anima voglio bene, ma anche tirare a campare e non curarsi del proprio lavoro è rubare il proprio stipendio.
Il professore di Educazione fisica era volgare, arrogante e aggressivo e con metodi da sergente Hartman si divertiva a umiliare i ragazzi più deboli e scoordinati. Con lui arrivai ad un pesante faccia a faccia in cui minacciai di andare in procura se avesse ancora dato dell’handiccappato a qualcuno. Mi rispose: “In questa classe comando io”, però smise. Ah, pensate un po’? Anche apostrofare la gente con “handiccappato” “fallito” o “quelli come te a Sparta li avrebbero buttati giù da una rupe e avrebbero fatto bene” è reato.
E di tutti gli altri posso dire che l’assenza era la costante, la svogliatezza pure, le preferenze così evidenti che neppure coloro che venivano favoriti cercavano di negarlo.
E il modo migliore per risultare tra i favoriti era sempre lo stesso: stare zitti in un angolo, non parlare, magari meglio ancora stare assenti. Gente che non ha mai studiato un singolo giorno finiva tutti gli anni col 6 in tutte le materie, imparando che la più nobile virtù è non rompere il cazzo a chi sta in alto.
Taccio della crassa ignoranza di una professoressa d’arte che, ad esempio, disse: “Canaletto non lo studiamo perché era solo un copista” e “Paolo Uccello qui ritrae la battaglia di Re Artù a Roncisvalle”, perché se l’ignoranza fosse un reato le patrie galere si riempirebbero fino a scoppiare che neanche Chernobyl.
Si potrebbe obiettare che prendere una classe ad esempio non è un buon modo di fare una statistica. Ma si consideri che ho preso un gruppo a caso di persone di buona cultura in un ambiente non violento e nella regione coi migliori risultati scolastici d’Italia secondo l’OCSE. Di una quarantina tra studenti e professori forse a cinque non ho mai visto commettere nemmeno un reato minore. Mi pare difficile credere che le cose vadano meglio prendendo campioni diversi. E il dato è confermato anche da questo: che quando feci l’esame di avvocato trovai lo stesso identico clima, con commissari che passavano il compito ai figli degli amici e crocicchi di candidati che si trovavano a scambiarsi idee sotto lo sguardo annoiato di chi in teoria era deputato a impedirlo.
Per questo sono molto restio ad aderire all’ideologia dei duri e puri, del noi e loro, del “mettiamo la gente al governo e sarà tutto diverso”. È facile essere incensurati quando non si è nella posizione di accaparrarsi milioni. È un’illusione sperare di trovarsi da un giorno all’altro con una classe dirigente virtuosa, perché non siamo una società virtuosa. A fare da contraltare ai furbetti che se ne stavano tranquilli in un angolo, ci sono gli arroganti che ostentano ignoranza perché fa figo, perché non si è mai vista una rockstar china sui libri.
Trovo ridicolo sperare in santi e salvatori, molto più concreto chiedere uno Stato il meno invadente possibile, in modo che gli sconosciuti dalla sconosciuta moralità a Roma abbiano la minore influenza possibile sulla tua vita.
Per dirla con le parole del mio amico Giovanni Scrofani: “Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te. Chiedi quello che tu puoi pagare di meno per il tuo Paese. O qualcosa del genere.”

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